Ovvero perché il Futurismo è da sempre considerato un genere ai margini della cultura italiana e spesso di serie B.
Girovagando per la mostra sul Futurismo al Palazzo Reale di Milano, leggevo con attenzione i pannelli informativi sulle pareti e pian piano iniziava a crescere in me questa domanda: perché il Futurismo è, nella storia dell’arte italiana, così poco considerato? O sempre più spesso accostato al ventennio senza andare più a fondo, analizzando i veri cardini di questo movimento…?
Perché è proprio di questo che si tratta!
Dopo la Seconda Guerra mondiale, in un vano tentativo di simbolica redenzione, intellettuali e politici cercarono di fare un’ efficace tabula rasa di tutto quanto, bello o brutto, buono o cattivo, fosse appartenuto al deprecabile ventennio fascista.
Tra questo “tutto quanto” figura anche il Futurismo, tanto che quando te ne parlano a scuola si riduce in quattro nomi: Marinetti, Balla, Boccioni, Carrà e ad altrettanti concetti: velocità, modernismo, suono e volo.
Ma è davvero traducibile in poche righe un movimento che comprende trent’anni di storia Italiana? E’ davvero tutto amore per la modernità e la meccanica?
Del primo Balla ho colto degli accenni espressionisti e quasi veristi.
Di Depero è facile riconoscere spunti tra il metafisico e il cubista in una versione robotizzata di una variopinta fiaba.

Oltretutto il Futurismo non resta immobile nella sua nicchia di pittori, ma coinvolge l’architettura, da ricordare ad esempio l’architetto Antonio Sant’Elia, oppure della pubblicità, nel cui campo lo stesso Depero si sbizzarrisce creando una serie di locandine assai ironiche.
La meccanica, la passione per il volo, lo slancio verso l’alto sono sì importanti, ma non tutto, del resto è primordiale il desiderio da parte dell’uomo di volare e in quegli anni si diffondevano gli aerei, possiamo biasimarli per questo? Per aver dipinto vedute aeree o per aver desiderato dei palazzi babelici?
Lo scarso riguardo nei confronti del Futurismo è però ripagata da autori del calibro di Burri, Fontana e Schifano, il quale estro trae in parte origine dai segni dei loro predecessori Futuristi, dal polimaterismo di Prampolini ad esempio, se analizziamo il percorso artistico di Burri.
Questo perché l’arte non ha delle barriere politiche e mentali, l’arte è libera e solo un artista dalla mente libera sa giudicare equamente un’opera in quanto tale senza inutili e inappropriati preconcetti.
Pertanto consiglio a tutti i lettori la visione della mostra “Futurismo 1909-2009. Velocità + Arte + Azione” a Palazzo Reale, piazza Duomo 12, Milano.
Tel. 02-804062
Orari: lun 14:30-20, mar-dom 9:30-20, gio 9:30-22:30
visionabile fino al 7 giugno.







