Proseguendo il nostro viaggio nel passato che ritorna o che forse non è mai realmente passato, vorrei omaggiare con queste righe un’espressione artistica ritenuta minore, piuttosto emarginata rispetto alle più elitarie pittura, scultura, ecc..
Stiamo parlando del graffitismo che proprio in questi giorni torna a far parlare di se grazie ad una mostra allestita a Milano negli inediti locali della Vecchiato Art Galleries, storica galleria fondata a Padova nel 1986, in occasione dell’apertura della sua nuova sede nel capoluogo lombardo.
L’esposizione è dedicata a Keith Haring uno degli artisti “di strada” più noti al mondo, che ha reso celebre questo stile creativo di comunicare, tanto da divenire egli stesso icona di un mito.
Nell’America degli anni Ottanta spopola la street culture. Di questa la graffit art è solo un’aspetto. Girare tra i quartieri popolari di New York all’epoca significava imbattersi in break dancer, rapper e giovani artisti con la voglia di urlare al mondo quanto la loro cultura fosse degna, al pari delle altre, di evadere dai ghetti e farsi conoscere al mondo là fuori.
La Pop Art per eccellenza diventa così, grazie a geni come il grande Andy Warhol e ai suoi protetti Basquiat e Haring, parte integrante di quella che per i posteri sarà la storia dell’arte.
L’intento di Keith Haring nel pensare e fare arte è sempre stato lontano dal sistema che voleva l’opera d’arte come unica e irriproducibile, circondata da una sorta di aura sacrale e rinchiusa in una gabbia d’oro accessibile solo a pochi eletti. Materializzazione di questo pensiero furono i suoi personaggi, semplici simboli grafici facilmente ricopiabili da chiunque che animano le superfici dell’artista sulle quali c’è posto per tutti: dal break dancer al bambino, dal cane agli amanti. L’arte è per tutti. E’questo il messaggio che le opere di Haring diedero e che danno ancora tutt’oggi inserite in quel sistema del quale, volente o dolente, Haring stesso divenne parte.

Venne così alla luce un mondo che dall’underground della metropoli americana si trasferì negli spazi asettici delle gallerie di Soho fino ad arrivare alle grandi istituzioni museali. Una rivincita dunque per quella categoria che riuscì finalmente, rappresentata da una personalità artistica come quella di Keith Haring, a restituire dignità alla propria espressione creativa: vere e proprie opere d’arte degne finalmente di essere definite tali e con una carica d’espressione ideologica a volte superiore.
Ci fu una presa di coscienza nel riconoscere dunque in quell’espressione la valenza della forte testimonianza di vissuto che portava con se andando oltre lo stereotipo della pura imbrattatura vandalica.

Allo stesso modo Milano oggi si sforza di recepire i comunemente definiti murales alla stregua di quanto New York fece vent’anni fa, dimostrandosi in questo senso “moderna” e aperta.
In realtà questo atteggiamento di apertura nei confronti dei linguaggi contemporanei di natura più popolare da parte dell’amministrazione pubblica milanese viene esibito solo se si parla di grandi nomi già storicizzati come Warhol, Haring e Basquiat ai quali tra l’altro sono state dedicate rispettivamente tra il 2005 e il 2007 tre grandi retrospettive alla Triennale.
Quanto succede quotidianamente, racconta di fatto tutta un’altra storia. Una volta di più appaiono sui giornali articoli che denunciano l’attività illegale di graffitisti perseguiti. Ora è vero che la lotta tra legalità e writers dura fin dalla notte dei tempi, Keith Haring stesso incorse più volte in arresti e sanzioni, ed è altrettanto vero quanto il nascondersi sotto l’etichetta di Arte per commettere reati sia assolutamente scorretto, tuttavia l’atteggiamento di Milano nei confronti di questa espressione creativa va ben oltre la definizione di legalità o meno.
Trattasi forse di pregiudizio e nello stesso tempo di soggezione verso una realtà sconveniente per una città “di facciata” come Milano. Ad ogni modo è questo un limite che solo il critico Vittorio Sgarbi ha saputo saltare a piè pari, scontrandosi con i colleghi dell’amministrazione meneghina.

Si deve a lui lo sdoganamento in tal senso della Street art, ma chi l’avrebbe detto che un critico d’arte come lui, da sempre impegnato nella causa dell’arte classica, fosse favorevole a questo tipo d’arte tutt’altro che conservatrice tanto da definire i graffiti, forse peccando un po’ di eccesso, “la Cappella Sistina della contemporaneità”. Il primo passo fu “Street Art, Sweet Art” (marzo 2007), un’esposizione al PAC di Milano dove Sgarbi, l’allora assessore alla cultura della Città, portò a battesimo una trentina di talenti della Street Art italiana per la prima volta in un’istituzione ufficiale. Da quel momento in poi alcuni di loro hanno iniziato ad esporre nelle gallerie non abbandonando però i loro muri e nelle retate delle notti milanesi i poliziotti continuano tutt’ora ad imbattersi nei vari Ivan e Bros, poco protetti dai loro curriculum ed esposizioni ufficiali. Agli occhi della legge la violazione di proprietà privata rimane un reato, seppur con valenza artistica.
Verrebbe a questo punto da porsi una domanda con la quale vorrei lasciarvi: se Keith Haring fosse vissuto nella Milano del 2009, sarebbe ugualmente diventato il Keith Haring così per come lo conosce oggi il mondo intero?









Commenti
credo di no…. ora sarebbe un graffitaro, non il genio che è stato riconosciuto… io lo adoro… ho una decina di sue stampe in casa!
You’d be surprised how many people think he is still alive. Which is a tribute.
Thanks for your online article. If Keith had lived in Milano, I think he would have worked just as hard and become just as popular and celebrated…he lived to break rules, shatter boundaries and confront prejudices of all kinds.
Today would have been Keith’s 51st birthday, so my sense of irony is somewhat impaired.
Julia Gruen
Executive Director
Keith Haring Foundation