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	<title>HEUREMA Nuove Scoperte</title>
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	<description>L’euristica è una ricerca per tentativi dove il punto di partenza è dato dall’esperienza e il punto di arrivo è ignoto. La vita è splendida proprio perchè è euristica: non sapremo mai, in principio, dove ci porterà il nostro metodo logico.</description>
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		<title>alda</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 06:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Favale</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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Signori legiferatori sboccate ma&#8230;la parola è generata come un monumento ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center">
<div id="attachment_720" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/alda-merini-milano-thumb1.jpg"><img class="size-full wp-image-720" title="alda merini" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/alda-merini-milano-thumb1.jpg" alt="Alda Merini" width="400" height="302" /></a><p class="wp-caption-text">Alda Merini</p></div></div>
<p style="text-align: justify;">Signori legiferatori sboccate ma&#8230;la parola è generata come un monumento d&#8217;aria. Per sua maggiore concretezza è di fumo (vedi &#8220;<a href="http://heurema.altervista.org/site/07/05/2009/oltre-la-fuffa/">Oltre la fuffa</a>&#8220;). Mondi di nebbia  che in bocca ella evapora o ritiene, brandisce o distribuisce. Esalazioni, donna. Parlo di Alda Merini e dello spazio d&#8217;immagini che ha creato nella cultura italiana di questo secolo. Sapete, in poesia, non c’importa di segnare con piume d’incanto la tremolante differita tra vivere e morire. Prendiamo vivere ed immaginiamo uno stato di lunga durata, con gioie, passioni, intricate, vorticose storie; ed il morire come un istante, una bacca sempre acerba seppur rossa, schiacciata dagli attimi pessimi in gocce e poi rivoli di memoria. Aggrapparsi a quegli istanti macabri e poi la luce spenta eterna. La poesia li capovolge e vivere è un tuffo di speranza, un desiderare, <em>un tendere a</em> sempre bendato dalla signora nera dei veli. Morire diventa taciturno stagliarsi sull’osservazione di se stessi insipidi, vuoti. Il poeta canta con autoriempimento fonatorio a questi vuoti aggiungendo strappi a strappi, senza presuntuosamente pretendere di bonificarli. Alda Merini presenzialista e mainstream negli scaffali delle librerie? Si, al prezzo del dolore esumato dalla trama di parole. Sotto l&#8217;acqua appannata, appassita del quotidiano s&#8217;affanna irruento il temporale della parola lesa. Riconosciuta da Lacan e Binswanger la parola sotto gli strati si fa atto poetico, segno vero dell&#8217;umanità dell&#8217;uomo. Ora ci affretteremo a richiederla&#8230;a richiederla e i suoi prezzi aumenteranno. Rispettiamola Alda di parole bellissime.</p>
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		<title>Luciana Coletti: tracce di luce</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 06:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Zedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ l’arte a trovarci o siamo noi a trovare l’arte? ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E’ l’arte a trovarci o siamo noi a trovare l’arte?  Non esiste una risposta certa, impensabile una sentenza definitiva.  Passeggiamo con la testa per aria noi e la nostra musa e capita delle volte che il caso ci faccia incontrare, ci faccia scontrare. Può essere amore a prima vista, può essere curiosità, addirittura fastidio ma se l’incontro non suscita in voi alcun sentimento siatene certi, non vi trovate in presenza di Arte. Non è il caso di Luciana Coletti che si nasconde dietro lo pseudonimo di  **Elle** e che regala un po’ di se a noi, generosa ma non troppo, attraverso le sue foto.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_682" class="wp-caption alignnone" style="width: 502px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/My-little-paradise-.jpg"><img class="size-full wp-image-682" title="My little paradise" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/My-little-paradise-.jpg" alt="My little paradise" width="492" height="493" /></a><p class="wp-caption-text">My little paradise</p></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">E’ una donna lei,  fotografa per passione, che ruba frammenti del mondo che incontra per non dimenticare, per farci immaginare. Dona più che immagini, regala passioni, desideri, voglia di andare. Si trova per caso anche Luciana Coletti, camminando fra la rete con la testa per aria, ma la sua arte ti ferma senza chiedere per favore. E’ amore a prima vista. A catturarti da prima sono i <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">colori</a>. Tutti diversi, tutti indipendenti, tutti in equilibrio, anche quelli che si combattono. E all’osservatore non resta che frugare fra quelle croccanti frequenze e tinteggi per trovare al fine come premio una forma, un’essenza, un sorriso.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_683" class="wp-caption aligncenter" style="width: 497px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/accoglienza.jpg"><img class="size-full wp-image-683" title="accoglienza" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/accoglienza.jpg" alt="Accoglienza" width="487" height="495" /></a><p class="wp-caption-text">Accoglienza</p></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ci scaraventa senza troppe cerimonie in una realtà che non ci appartiene, ma che è resa familiare dallo scatto rassicurante dell’artista. Una mamma in compagnia del proprio bambino fermati per sempre, una donna nella propria casa, la premura di un uomo che va chissà dove veloce come un treno ma che per noi rimarrà per sempre semplicemente l’uomo che attende d’arrivare. Ci si affeziona  a quegli sconosciuti familiari che vivono sì, ma chissà dove.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_684" class="wp-caption aligncenter" style="width: 506px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Tempus-fugit.jpg"><img class="size-full wp-image-684" title="Tempus fugit" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Tempus-fugit.jpg" alt="Tempus fugit" width="496" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">Tempus fugit</p></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Luciana fa più degli altri fotografi. Conosce il potere della comunicazione e lo sfrutta associando all’immagine la parola, soddisfacendo la curiosità, generandone di nuova mentre la foto trova una dimensione sonora:  “La luce a destra proveniva dal cortile, illuminato da quella che entrava da un&#8217;apertura verso il cielo&#8230; La signora stava guardando verso una sorella che era al telaio e le figlie erano impegnate nei lavori di casa”.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_686" class="wp-caption aligncenter" style="width: 504px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Interno.jpg"><img class="size-full wp-image-686" title="Interno" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Interno.jpg" alt="Interno" width="494" height="319" /></a><p class="wp-caption-text">Interno</p></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Tutto nelle foto di Luciana Coletti merita d’essere fermato, non esiste un protagonista privilegiato. L’importante non è tanto il luogo che si cristallizza in foto, ma l’idea generata da quell’incontro di linee che pettinano l’anima. Curiosità che ti spingerebbe oltre il buio a scovare un barlume di colore, un essenza di luce. Quasi a dire che ogni oggetto e ogni soggetto possiede la sua giusta dose d’arte. Sta all’artista di trovarla.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_685" class="wp-caption aligncenter" style="width: 376px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Tracce-di-luce.jpg"><img class="size-full wp-image-685" title="Tracce di luce" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/Tracce-di-luce.jpg" alt="Tracce di luce" width="366" height="492" /></a><p class="wp-caption-text">Tracce di luce</p></div>
</div>
<p style="text-align: justify;">Le foto di Luciana Coletti non parlano semplicemente all’occhio di chi vede, c’è di più sotto quel reale falsato. C’è il mondo si, ma visto con gli occhi del fotografo che presenta il consueto come non è stato mai visto.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_687" class="wp-caption aligncenter" style="width: 506px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/7.jpg"><img class="size-full wp-image-687" title="Carlsberg" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/7.jpg" alt="7" width="496" height="351" /></a><p class="wp-caption-text">Carlsberg Beer</p></div></div>
<p style="text-align: justify;">Si incontra per caso Luciana Coletti, mentre si avanza con la testa per aria fra la rete. Ma la sua <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fotografia">fotografia</a> lascia impigliati a mezz’aria fra sogno e quotidiano.</p>
<div align="center">
<div id="attachment_688" class="wp-caption aligncenter" style="width: 506px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/jpg"><img class="size-full wp-image-688" title="Francesco di Assisi" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/jpg" alt="..." width="496" height="494" /></a><p class="wp-caption-text">Il Cavaliere &quot;Francesco di Assisi&quot;</p></div></div>
<p>Link: <a href="/wp-content/uploads/2009/11/elle1.JPG" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/scintillediluce/</a></p>
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		<title>Milano celebra i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:48:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Congedi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’abbattimento della barriera di cemento che separava Berlino ovest da ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’abbattimento della barriera di cemento che separava Berlino ovest da Berlino est non rappresentò solamente sconfitta e voglia di riscatto per un popolo oppresso, quanto piuttosto una presa di coscienza più cristallina di quanto quei lunghi anni aldilà del muro avessero significato. Ora per ognuno di quegli uomini si prospettava libertà, possibilità di sviluppare un proprio pensiero individuale, finalmente lontano da qualsiasi illusione di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eccezionale evento storico però non riguardò solo i tedeschi; gli esiti sociali e culturali che ne seguirono riverberarono in maniera eclatante nel resto del mondo. In tal senso <strong><em>Another breack in the wall (<a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/wannabee-gallery/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Wannabee Gallery">Wannabee Gallery</a> </em>9/11-3/12/’09 <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/milano/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Milano">Milano</a><em>)</em></strong> ha radunato artisti di diverse nazionalità invitando ciascuno ad esprimersi sull’evento, proponendo come fine ultimo della collettiva, l’andare oltre a quanto per anni è stato presentato dai media come evento di massa; operare il trasporto di un assordante momento di coinvolgimento collettivo dall&#8217;esterno del singolo verso il suo interno, raccontando un sentimento intimo e sordo.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti a ben guardare nessuna delle opere esposte porta la traccia di quelle immagini, migliaia di tedeschi che accorsero in massa all’aggressione del muro quel 9 novembre di vent’anni fa e che per tutto questo tempo sono rimaste impresse nella nostra memoria come simbolo di quel giorno. Al contrario, solo installazioni dalle atmosfere soffuse e raccolte, e soggetti solitari a popolare fotografie e dipinti in esposizione. Individui con occhi fissi su di noi, al cielo, occhi vuoti ai quali è stata negata la trasparenza di uno sguardo, per alcune opere addirittura l’assenza, almeno apparente, dell’ uomo. Tanta intimità e riservatezza tra le piaghe della vita di questi personaggi che ognuno a modo proprio tenta di rivendicare. Ognuno col suo muro da abbattere, in punta di piedi, prosegue una piccola battaglia personale, con quell’inevitabile strascico d’amarezza, ma convinto più che mai di quanta realtà l’esistenza gli abbia insegnato: rialzati anche quando il peso dell’<em>angelo della storia</em>, camuffato da fardello di dolore che ti porti sulle spalle, è così tremendamente greve da opprimerti alla terra. Prosegui il tuo viaggio con umiltà e con la consapevolezza di quanto è stato, il presente non vive di solo se stesso, ma di un passato dal quale non può prescindere.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione l’anniversario di un momento così importante come la caduta del muro di Berlino ridesta emozioni sconosciute, divenendo quasi pretesto, metafora universale dove riversare il proprio stato d’animo tanto dello spettatore quanto dell’artista che lo lascia trapelare appena, forse anche inconsciamente, dalla propria opera. Le opere in mostra narrano desideri, speranze di rinascita, redenzione nei quali ognuno può immedesimarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un respiro soffia all’unisono tra i cretti della terra di nessuno, tra i cumuli di macerie inermi, soffocata dall’alito della morte, aspira ancora a risorgere la vita.</p>
<p align="center"><em>“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”.</em></p>
<p align="center">W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 1940</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/andrea-simoncini.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-701" title="andrea simoncini" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/andrea-simoncini-150x150.jpg" alt="andrea simoncini" width="150" height="150" /></a><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/jacopo-Raugei-Echoes.jpg"> <img class="alignnone size-thumbnail wp-image-702" title="jacopo Raugei Echoes" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/jacopo-Raugei-Echoes-150x150.jpg" alt="jacopo Raugei Echoes" width="150" height="150" /></a><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/louise-beckinsale-BREAK-IT-oil-on-canvas-114x92cm.jpg"> <img class="alignnone size-thumbnail wp-image-703" title="louise beckinsale BREAK IT oil on canvas 114x92cm" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/louise-beckinsale-BREAK-IT-oil-on-canvas-114x92cm-150x150.jpg" alt="louise beckinsale BREAK IT oil on canvas 114x92cm" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inaugurazione lunedì 9 novembre ore 18.30</strong></p>
<p align="left"><strong>orari di  apertura:<br />
Lun-Ven: 11:00 &#8211; 20:00<br />
Sab 11:00 -19:00</strong></p>
<p><strong>info:<br />
be@wannabee.it<br />
www.wannabee.it<br />
0236518733</strong></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Pioggia di colori</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 06:27:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Heurema</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prosegue la ricca programmazione culturale alla Galleria Il Borgo di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prosegue la ricca programmazione culturale alla Galleria Il Borgo di <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/milano/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Milano">Milano</a>, ubicata in uno dei quartieri più esclusivi di <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/milano/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Milano">Milano</a>, in prossimità dei Navigli e di Porta Ticinese. L’Esposizione Internazionale d&#8217;Arte Contemporanea &#8220;PIOGGIA DI <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">COLORI</a>&#8221; sarà inaugurata per valorizzare la ricerca artistica contemporanea.<br />
L’esposizione si orienta alla celebrazione delle qualità cromatiche dei lavori d’artista, sovente espresse mediante un’esecuzione rapida e immediata che giunge all’emozione attraverso la forza del colore. E’ il caso di Giuseppe Calì, che con dichiarata enfasi gestuale pone lo spettatore davanti ad un’opera vibrante e sentimentale: “Ambrosia”. L’ampiezza della gestualità connota ritmicamente anche i dipinti di Luminita Gall, proveniente dalla Romania, che utilizza <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">colori</a> più incisivi in opposizione alla sobria esplosione monocromatica di Antonella Magliozzi.<br />
Di un raffinato cromatismo sono intessute le opere d’arte di Afran, originario del Camerun, che eleva il colore a poesia dell’anima. Dall’Uruguay espone Virginia Vargas con un dipinto intitolato “<a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">Colori</a> d’estate” che fonde l’arte fotografica alla pittura ad olio, ottenendo un realismo sorprendente. Colombiana è, invece, Dindina Burgos che mostra il volto femminile della quotidianità in tonalità esotiche.<br />
I contrasti cromatici si evincono osservando la produzione artistica di Jessica Bartolini e di Raffaele Cirillo, che sia pure con tecniche esecutive differenti l’una dall’altro, individuano nel principio dell’opposizione tonale un canale espressivo privilegiato. In un modo del tutto particolare anche Giorgetti si orienta ad una bipolarità comunicativa, affiancando in “Giallo e Blu” non solo tinte calde e fredde ma anche interpretando la realtà in due emisferi visivi ribaltabili. La duplice firma rappresenta un’attestazione di questa nuova concezione dell’opera d’arte.<br />
In mostra sarà presente anche una elegante scultura di Mirko Cervini dalle forme sinuose e avvolgenti, oltre alla <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/fotografia/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Fotografia">fotografia</a> di Valentina Cellai raffigurante riflessi di luce ed un dipinto di Rita Puliafito, incentrato sul trascorrere del tempo. Infine, Anna Tamborini contribuirà con le sue creazioni a connotare la rassegna di originalità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_675" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/4080361332_5103765b61.jpg"><img class="size-full wp-image-675" title="ambrosia" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/11/4080361332_5103765b61.jpg" alt="OK Calì - Ambrosia - 100 x 120" width="500" height="422" /></a><p class="wp-caption-text">OK Calì - Ambrosia - 100 x 120</p></div>
<p>Espongono: Afran, Jessica Bartolini, Dindina Burgos, Giuseppe Calì, Valentina Cellai, Mirko Cervini, Raffaele Cirillo, Luminita Gall, Giorgetti, Antonella Magliozzi, Rita Puliafito, Anna Tamborini, Virginia Vargas</p>
<p>PIOGGIA DI <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">COLORI</a><br />
Esposizione Internazionale d’Arte Contemporanea<br />
Opening: Martedì 10 novembre ore 18<br />
In mostra fino al 18 novembre 2009<br />
Ingresso libero<br />
Orario di visita: da martedì a venerdì dalle ore 16:00 alle 19:00;<br />
sabato dalle 10 alle 12<br />
Curatrice: Sabrina Falzone<br />
Presso: Galleria Il Borgo<br />
Corso San Gottardo 14, 20136 <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/milano/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Milano">Milano</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Abruzzo: Il passato cancellato</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 14:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Zedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grandi Temi]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzesi]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa delle Anime Sante]]></category>
		<category><![CDATA[Collemaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Fortezza Spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[patrimonio artistico]]></category>
		<category><![CDATA[Pedro Luis Escrivà]]></category>
		<category><![CDATA[Porta Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria del Suffragio]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Tiriamo le somme dei danni subiti dal patrimonio artistico abruzzese ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Tiriamo le somme dei danni subiti dal patrimonio artistico abruzzese dopo i disastri del terremoto</em></p>
<p style="text-align: justify;">Una chiesa è per sempre ci vien da pensare, un po’ come un diamante che una volta tagliato sta li, cambia proprietario, cambia anello ma non smetterà mai di mostrarsi. Una chiesa è per sempre, finché per lo meno non ci metta lo zampino il vento, la pioggia, l’uomo o l’ira dei terremoti.</p>
<div id="attachment_663" class="wp-caption aligncenter" style="width: 508px"><a href="http://www.flickr.com/photos/fondazionepatriziopaoletti/3716872109/"><img class="size-full wp-image-663" title="Chiesa" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/Schermata-2009-10-30-a-22.49.57.png" alt="http://www.flickr.com/photos/fondazionepatriziopaoletti/3716872109/" width="498" height="331" /></a><p class="wp-caption-text">http://www.flickr.com/photos/fondazionepatriziopaoletti/3716872109/</p></div>
<p style="text-align: justify;">E a quel punto che si fa? Se lo devono essere chiesti pure gli abruzzesi chiamati a tirare le somme dopo quel tremendo ciclo di spossamenti della terra che nell’anno in corso ha spezzato vite, speranze e sogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fosse difetto degli uomini  non far conto, nella bonaccia, della tempesta, altri prima l’avevano accennato, ma la tempesta questa volta ha fatto più danni di quanto ci si aspettasse. Ha cancellato il passato, ha ferito la storia e l’uomo impotente ha assistito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha osservato la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Maria_di_Collemaggio">Basilica di Santa Maria di Collemaggio</a>, possente chiesa romanica crollare come un gigante d’argilla nella sua parte absidale. Fondata alla fine del XIII secolo per volere del papa più bistrattato della storia, Celestino V, oggi accoglie benevola le sue spoglie mortali. Di storia e di vite ne ha visto trascorrere numerose la Basilica che ogni anno accoglieva l’antico rito finale della Perdonanza. La sorte non è stata altrettanto benevola con lei che oggi si mostra ansimante, come animale ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il cupolino della <strong>chiesa di Sant’Antonio</strong> è crollato; si trattava di un  esempio fra i più longevi del pregiato barocco aquilano. La chiesa costruita durante il XIII secolo non è nuova agli oltraggi dei terremoti;  fu ricostruita nel 1703 a causa di un crollo ad opera dell’architetto Giovan Battista Contini, e oggi  ancora una volta attende la grazia di qualche altro volenteroso architetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Icona del potere iberico in Italia, anche la <strong>Fortezza spagnola</strong> è stata oggetto delle attenzioni del terremoto. Ad oggi l’imponente struttura militare svolge ruolo di Museo Nazionale. A non farcela è stato il terzo piano, crollato in buona parte della sua estensione e il ponte d’ingresso, che avrebbe affrontato i nemici, ma un terremoto proprio no. Non l’avrebbe detto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pedro_Luis_Escriv%C3%A0">Pedro Luis Escrivà</a> che la sua opera non avrebbe resistito alle scosse della terra quando nel 1534 la terminò, soprattutto perché i suoi muri esterni nel piano di fondazione erano spessi più di 10 metri, circondati da un fossato protettivo, come la moda militare dei tempi voleva.</p>
<p style="text-align: justify;">Triste la sorte anche della <strong>Porta Napoli</strong> eretta nell’ormai lontano 1548; doveva elogiare l’imperatore Carlo V, e sembra proprio che riuscì nel suo intento. Per lunghi secoli fu la più bella e la più antica di tutta la città, oggi è maceria figlia di un crollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è la storia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Suffragio_%28L%27Aquila%29">Santa Maria del Suffraggio</a>, conosciuta anche come Chiesa delle Anime Sante, distrutta in buona parte. Si mostra ferita ma ancora altera nella piazza principale dell’Aquila. La sorte sa essere crudele quando vuole se si pensa che la chiesa nel 1708 fu pensata in sostituzione di quella crollata durante il terremoto del 1703.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’Abruzzo in pochi penseranno che una chiesa è per sempre, per sempre sarà piuttosto il tentativo di preservare e custodire quei muri che hanno visto crescere l’uomo, ne hanno indirizzato il percorso e ne custodiscono il passato oggi ferito ma pur sempre vivo.</p>
<p>Dati e Info:<br />
http://tinyurl.com/prima-e-dopo-il-terremoto<br />
http://tinyurl.com/il-patr-art-duramente-colpito</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il &#8220;frammento&#8221; nell&#8217;arte contemporanea</title>
		<link>http://heurema.altervista.org/site/30/10/2009/il-frammento-nellarte-contemporanea/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 21:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Congedi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mostre/Performance]]></category>
		<category><![CDATA[Berlinde De Bruyckere]]></category>
		<category><![CDATA[Burri]]></category>
		<category><![CDATA[De Bruyckere]]></category>
		<category><![CDATA[Kiefer]]></category>
		<category><![CDATA[Rotella]]></category>
		<category><![CDATA[Schnabel]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo troviamo nei decollage di Rotella, nei sacchi ricuciti di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo troviamo nei <em>decollage</em> di <strong>Rotella</strong>, nei <em>sacchi</em> ricuciti di <strong>Burri</strong>, nelle composizioni di cocci di <strong>Schnabel</strong>: è il frammento, che, spesso ricorrente nelle produzioni artistiche più o meno recenti, in svariati aspetti, porta con sé un senso di disagio. Disagio non necessariamente proprio dell’artista interprete, quanto piuttosto del mondo che lo circonda e che in qualche modo ne condiziona l’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una giovane artista in particolare che sviluppa oggi l’argomento: la fiamminga <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Berlinde_de_Bruyckere">Berlinde De Bruychere</a>, nelle quali opere, memoria storica e frammenti di personale malinconia dialogano come parti della stessa anima.</p>
<div id="attachment_656" class="wp-caption aligncenter" style="width: 757px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/01.jpg"><img class="size-full wp-image-656" title="01" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/01.jpg" alt="Berlinde De Bruyckere&lt;br&gt;&lt;i&gt;Aaneen Genaaid 2001-2002&lt;/i&gt;&lt;br&gt;Alberto Burri&lt;bR&gt;Sacco e Rosso 1958" width="747" height="438" /></a><p class="wp-caption-text">Berlinde De BruyckereAaneen Genaaid 2001-2002Alberto BurriSacco e Rosso 1958</p></div>
<p style="text-align: justify;">La De Bruyckere non vuole dimenticare e sin dal principio della sua ricerca indaga il dolore dell’individuo, avvicinandosi solamente più tardi alla piaga dei due grandi conflitti mondiali che destinarono l’umanità intera all’eterna sofferenza. La prima rappresentazione in questo senso risale al 2000 quando l’artista, chiamata ad intervenire al <a href="http://www.inflandersfields.be/">Flanders Fields Museum</a> in Belgio, a memoria della Prima Guerra Mondiale, scelse l’immagine che sarebbe diventata per lei icona di sofferenza universale nonchè icona dominante ancora oggi di parte del suo lavoro: due cavalli da tiro riversi a terra, uccisi da una bomba. <em>Mi è sembrata una metafora universale, con cui avrei potuto evocare fisicamente la morte e la violenza, senza infliggerle a un corpo umano</em>, disse<em>.</em> Le sculture sono calchi di carcasse di cavalli veri che l’artista riveste poi con la loro stessa pelle. Ed è proprio in questo frangente che il concetto di frammento, presente già nell’opera della De Bruyckere ideologicamente in quanto frammento di una memoria storica, raggiunge altresì una materialità fisica. I mantelli degli animali sono infatti ricavati da più frammenti di pelle ricuciti tra loro, grossolani rammendi che ricordano cicatrici mai sanate. <em> </em></p>
<p><em><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/02.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-657" title="02" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/02.jpg" alt="02" width="709" height="956" /></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">E’ piuttosto singolare che qualcuno senta la necessità di parlare o rivendicare qualcosa che non ha vissuto in prima persona. Tuttavia, essendo questo materia sicuramente più vicina ad artisti della generazione precedente, come ad esempio <strong>Kiefer</strong> che visse in quanto tedesco sulla propria pelle la eco della seconda guerra mondiale, la Nostra ne prende ugualmente atto. La lotta contro l’oblio non guarda però solo al passato: anche la contemporaneità porta fresche le ferite di guerre nel mondo, come in uno dei primi lavori dell’artista sul genocidio in Ruanda che introduce altro tema nel quale la De Bruyckere descrive, oltre al dolore plateale della distruzione bellica, quello intimo e sordo di profughi e donne. Con <em>Anèèn-Gennaid </em>(Cucite insieme), Berlinde De Bruyckere espone in <em>War is over 1945-2005 La libertà dell’arte</em>, mostra che prova quanto molto spesso l’arte si leghi alla storia. Il percorso espositivo raccoglie le opere sotto più temi. La De Bruyckere è inserita in <em>Ostaggi</em> dove l’orrore della guerra è trattato da artisti che la vissero direttamente o da contemporanei che come la Nostra riflettono sul dolore e la dignità umana. Tra gli artisti, Burri, con una delle serie più allusive: <em>Sacchi</em>, assemblaggi di materie diverse dove punti di sutura uniscono tra loro frammenti, molto simili ai rammendi della De Bruyckere, e insieme a lacerazioni, brandelli di carne umana riassestati. A conferma di tale allusione simbolica la biografia dell’artista chiamato alle armi negli anni‘40 come medico-chirurgo.</p>
<p><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/03.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-658" title="03" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/03.jpg" alt="03" width="315" height="473" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Berlinde De Bruyckere espone inoltre in <em>SelfPortrait of a lady</em> (Galleria Crespi 21/01-14/03/2009 <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/milano/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con Milano">Milano</a>), mostra nella quale sette artiste presentano un’opera che le raffiguri. La De Bruyckere, sceglie un autoritratto piuttosto insolito. Sotto una piccola teca, solitamente usata per animali impagliati, un groviglio di elementi biomorfi ricordano dei rami ai quali sia stata grattata via la corteccia, tralci nudi come ossa, esangui resti umani. Psicologicamente parlando, l’impersonificazione metaforica della De Bruychere come oggetto da ricerca sotto vetro, isolato dal mondo come ad attendere il processo evolutivo di un qualche esperimento, può far scaturire sicuramente tutta una serie di sensi più profondi. Tuttavia a noi è già sufficiente notare come anche nel suo autoritratto, un groviglio slegato di più unità che si uniscono, Berlinde De Bruyckere riconfermi il frammento.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Babel &#8211; il sogno biblico</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 15:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mara Nitti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mostre/Performance]]></category>
		<category><![CDATA[André Chabot]]></category>
		<category><![CDATA[Babel]]></category>
		<category><![CDATA[Belgio]]></category>
		<category><![CDATA[Benoît Paré]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Israël]]></category>
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		<category><![CDATA[Georgia Damopoulou]]></category>
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		<category><![CDATA[Torre di Babele]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mondo ha da sempre un sogno, quello di abbattere ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il mondo ha da sempre un sogno, quello di abbattere le barriere culturali, sociali, religiose e linguistiche per raggiungere una sorta di unicità, compattezza, uguaglianza. È una delle ragioni per cui parliamo di città cosmopolite, per cui insegniamo la multiculturalità ai bambini, per cui da secoli cerchiamo di abbattere il razzismo, anche quello che non si riferisce alle razze ma piuttosto ai pregiudizi.<br />
Questo sogno che stava per avverarsi è stato infranto secoli fa ai tempi della <strong>Torre di Babele</strong>, e noi ancora oggi cerchiamo di raccogliere le macerie per ri-costruire quel posto. La Genesi racconta di un popolo con un unico linguaggio, con un unico scopo: costruire la torre più alta, per poter raggiungere il cielo, ma il progetto degli uomini non è piaciuto a quel Dio che volevano raggiungere, quel Dio che è sceso sulla terra e ha distrutto la loro opera perché gli uomini si disperdessero sulla superficie terrestre. Ecco perché secondo la religione oggi siamo così lontani e cerchiamo continuamente di capirci andando contro a quel progetto divino di tenerci separati.<br />
<div id="attachment_642" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/madame-duplok.jpg"><img class="size-medium wp-image-642  " title="Madame Duplok" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/madame-duplok-224x300.jpg" alt="madame-duplok" width="224" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Madame Duplok<br />installazione sulla facciata del museo</p></div>
<p style="text-align: justify;">L’arte è una sorta di Torre di Babele, è un modo di comunicare che accorcia le distanze e annulla le differenze, in cui paesi diversi si incontrano e si capiscono, e questo è il filo conduttore della mostra Babel, in corso al <a href="http://www.ianchelevici.be/">Museo Ianchelevici</a>, La Louvière (Belgio), ma che ha già visitato la Grecia e <strong>speriamo arrivi presto anche in Italia.</strong> Un incontro tra artisti di provenienza diversa, europei e non che, di carichi delle loro radici, si interrogano su un unico tema, quello della diversità e del superamento delle diversità, ma anche sul simbolo della Torre di Babele, su quello che significa e che ancora oggi rievoca nelle nostre menti.<br />
Babele come torre, ma anche Babele come intenti quindi, un argomento biblico che diventa opera d’arte contemporanea attraverso la manipolazione di quindici artisti: Mehmet Aydogdu, Marco Badot, Marianne Berenhaut, Thomas Brenner, André Chabot, Georgia Damopoulou, Jean de Breyne, Madame Duplok, Philippe Fraisse, Christian Israël, Martina Kramer, Mireille Liénard, Benoît Paré, Domenico Pievani, Sam Weissen. <strong>A rappresentare l’Italia Domenico Pievani e il collettivo artistico Madame Duplock, due modi di fare arte completamente differenti che ci aiutano a riflettere su quanto diversamente unico sia il modo di parlare dell’Arte anche nello stesso paese.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Madame Duplock sceglie, in linea con i loro progetti precedenti un’opera che coinvolge la gente, che parla direttamente del e al pubblico; una gigantografia del minareto della moschea di Samara invade l’edificio che ospita la mostra, non una struttura a caso, ma la prima moschea ad essere stata distrutta all’inizio degli scontri tra sciiti e sunniti, il triste simbolo dell’incomunicabilità contemporanea. Il lavoro si completa con una cabina telefonica, dall’altra parte del filo si ode una confusione di voci e di lingue. Una scelta che unisce simbologia e storia, gente e luoghi e che invade le strade diventando ancora più esplicativa.<br />
<div id="attachment_644" class="wp-caption aligncenter" style="width: 996px"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/Domenico-Pievani.jpg"><img class="size-full wp-image-644 " title="Domenico Pievani" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/Domenico-Pievani.jpg" alt="Domenico Pievani" width="986" height="739" /></a><p class="wp-caption-text">Domenico Pievani<br /><i>Babele</i>, 2007</p></div>
<p style="text-align: justify;">Di tutt’altro impatto è il lavoro di <strong>Domenico Pievani</strong>, che mette in mostra elementi diversi che comunicano tra di loro, <strong>libri, vetro e sostanze naturali</strong> circondano il perimetro di una torre di cui restano solo gli ultimi o i primi mattoni. Una scelta più poetica, una installazione sapiente che ricorda l’arte povera e quell’impatto più intellettuale rispetto al lavoro.<br />
Artista presente nella mostra ma anche curatrice della stessa, Mireille Liénard sceglie la struttura a spirale per raccontare Babele, una scultura che simboleggia la torre ma che diventa arma pericolosa, appuntita, simbolo di una violenza spirituale ma anche corporea, e della distanza che separa il mondo divino da quello profano.<br />
Tanti altri artisti a rappresentare il mondo, a cercare un modo per sentirci meno lontani e rievocare un passato biblico che affascina e pone continue domande. L’augurio è davvero quello di vedere presto questa esposizione anche in Italia e soprattutto di continuare a credere che la vera Torre di Babele, quella che di sicuro ci resta, sia l’Arte.</p>
<p>Babel<br />
<strong>Museo Ianchelevici,  piazza comunale, La Louvière (Belgio)</strong><br />
Dal 20/09 al 1/11/2009<br />
Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle 14.00 alle 18.00</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Monica Lume &#8211; Stream of Consciousness</title>
		<link>http://heurema.altervista.org/site/16/10/2009/monica-lume-stream-of-consciousness/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 05:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ivan Favale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pittura/illustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[4d art]]></category>
		<category><![CDATA[action painting]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Lume]]></category>
		<category><![CDATA[Stream of Consciousness]]></category>

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		<description><![CDATA[Esco dalla trama di auto di Roma per andare a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Esco dalla trama di auto di Roma per andare a trovare un’amica e dare un’occhiata, la prima dal vivo, alle sue opere.Stai bene o stai male in relazione ad un ambiente.</p>
<p>Le opere di Monica sono ben collocate in una armonia di rimandi musicali.<br />
I volumi sono giusti. Le onde sonore stabiliscono spazi, distanze ed urti. Atterraggi sul morbido. I volumi dell’alcool. Il volume del liquido nel recipiente di vetro. Le bottiglie si stagliano. I legami sono rilegati come volumi di garza traspirante. Volumi di diversi volumi. Tomi timidi e quaderni panciuti.</p>
<p>Scritture politiche e paroloni teologici contro sottile vociare di un primo romanzo o della raccolta poetica.</p>
<p>Sentieri voluminosi agli scaffali. Luminoso il crocevia di temi accademici. Nella valle delle pagine si fa voluminoso un foglio. Nell’epifania di un sentiero di foglie zampettano esseri baldanzosi, gonfi, empi, si stronfiano di parole citate, di fumetti sbuffati con insonore secrezioni d’arie.</p>
<p>Questi professori ronfanti timidamente ridicono con grazia i talenti della pittura d’azione e di riflessione di cultori russi, importati d’america, sul colore e sul vivere nelle aree colorate. Una presenza luminosa e multifaccia, numi dei luminari di un pensiero ch’è tutto qui, tra i frutti degli editor.<br />
I personaggi son soggetti teatrali e portano in grembo etichette senza nomi che tu puoi attaccare a piacimento e rimbalzare sulle mani ‘che questi nani un po’ vergognosi si lascian palpeggiare, crucci, masticati masticano e si fanno un bel parlare.</p>
<p>Volgo lo sguardo più in alto, dove dormono gli infanti. Sono avvolti in bende tenere, di piumini superficiali, di garze autocuranti. Traspirano anch’essi quel che verrà, bachi da seta urticati dal non senso d’oggi. Tolgo l’insolenza mia da quelle vetrine inalterate, temo di destarli con l’occhio violento. Mi rivolgo ai blocchi masticati. Volumetti incinti. Opachi contenitori d’altro. I significati forzati sono oggetti che cascano dal sonno. Loro, mattoni morbidi per bambini, il sonno l’hanno dentro e ben digerito a mala pena, ruttanti bagliori d’epitaffi. Sono i figli rivoltati di chi, lungo quella via, nella notte, ad ogni colonna d’erba lascia una lapide di preghiere vegetali. Nel terzo volume, oltre le stoffe e i gonfiori, sono i pertugi, le soglie del senso, i portoni ad orifizio di lettere incitate. Cripte di venti gelidi che vengono di là, portando con sé rapidi bagliori scandalosi. Son le lavagne della scuola che fu. Della cattedra morta. Di famosi filosofi comincianti per H. Aspirata aspirazione, raucedine sotto aceto.</p>
<div align="center"><img src="http://www.saatchi-gallery.co.uk/images/thumbnail1.php/10efcfefa016030305735.jpg?resize(250x)" alt="1" /><bR><br />
<img src="http://www.saatchi-gallery.co.uk/images/thumbnail1.php/a98a75f19f16030408614.%201?resize(250x)" alt="2" /><bR><br />
<img src="http://www.saatchi-gallery.co.uk/images/thumbnail1.php/ae029bd58416030550593.jpg?resize(250x)" alt="3" /></div>
<p>Ritorno ai miei soggetti dall’andare incerto. Caramelle, <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">colori</a> in potenza che sta a voi sbavare, strafare. Salivano su queste rapide. Il germe di quello che sarai e la generosità si stende su pavimenti bianchi senza paura di barcollare rotolando o incipriarsi con le polveri della nullità. Lasceremo giocare bambini con queste opere contemporanee. Che si superino le conservazioni dell’arte, verso un fare effimero, quotidiano, consumantesi, ‘che non è detto che i posteri ne abbisognino o ne meritino alcunché.</p>
<p>Questa esposizione mi sa di cura e prendersi cura. Rifiuto un calice di vino. Accetterei del latte o…del lattice. Ingessarmi al contrario per sentirmi bene, ai polsi sfilacciati, sentirli miei finalmente. Il vissuto è sceso dal letto stamattina e ne ha impregnato le lenzuola di calore, impronta, pieghe e un po’ d’oscurità. Qualche capello.</p>
<p>Bambini dormienti accanto. Tranquilli, non si sveglieranno per ora.<br />
Un vestito di tessuto liberatorio mi incarta ora che mi siedo.<br />
Lasciare al gesso irretito delle possibilità inespresse e lasciarle inespresse.<br />
I trespoli, i ganci che rispettino la schiena.<br />
Le fasce avvolgono gli arti e le arti. Abbassare il gomito, olio di gomito, olio di lino. Questo non è un quadro, ma un quadro che entra dal quadro o un quadro che esce dal quadro se preferisci, è nella parete se vuoi. Un angolo di paradiso disegnato dai tuoi occhi che guardando imparano e disegnano le mura. In quel quarticciolo di parete vede emergere integrato, disintegrarsi in essa, una nube di quadratini tostati, intelati. Strati di pelli, di peli, in mezzo il senso, spazio all’areazione e alle colle giovani. Intelati, intagliati, intrecciati e rintracciati, gli stimoli bazzicano braccati. Questo non è un quadro. Questo non è il quadro della situazione, è il supporto in 4d che mi guardo tutti i dì. Quanto insupportabile è crearsi il supporto da sé, sicuri di non essere sopportati per ciò che si dice e per ciò che si è. Ma mio caro vecchio quadro quadrato, insieme a ciò che odi di me, integrato in questo sistema di quadri, udirai anche tutto uno stuolo di padri che sotto questa luce si sono avvicendati.</p>
<p>Perciò oramai l’ambiente è significato ed or-mai esco in macchina dal brivido. Ho sfasciato le pareti che l’arte han lasciato germinare e di queste gemme faccio un prato, oscuro quanto vuoi in questo viale, pronto a sviscerare il sogno che in me s’è incapsulato questa notte. Ed in una notte quel sogno s’è bruciato in una nuvola di fronde che può fare da supporto, o da giaciglio unico a chi le opere, stasera, le ha fornite o le ha fruite. Una metafora di estrusione. Ritorno a Roma ancora desideroso di parlare di questo nulla che avvolgeva il viale alberato “epitaffio”.</p>
<p>I dormienti respirano inguattati. Nei teli, pensano ammantati. Lenzuola arcaiche s’affacciano ai giorni nostri in un lavoro tutto di superficie; Il formicolio delle origini è diegetico per quanto non racconti nulla, nulla di nuovo.</p>
<p>Sono a casa. Nella libreria chiusa i bonzi danzano, i panciuti respirano buffi ammirandosi il ventre. Ruttano, le radici sbuffano i fratelli antenati e i genitori che non li riconoscono come figli. Sono scatole amichevoli, friendly senza sesso e provenienza certa. Un trittico di ambienti rispettosi è stata questa visita.</p>
<p><strong>Stream of consciousness &#8211; Ivan Favale per Monica Lume, Sabato 3 Ottobre 2009 ore 18.52 dalla Biblioteca Quarticciolo.</strong></div>
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		<title>Kseniya Simonova: sabbia, luce e sogno</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 06:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Zedda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio/Video]]></category>
		<category><![CDATA[Kseniya Simonova]]></category>
		<category><![CDATA[manualità]]></category>
		<category><![CDATA[sabbia]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi l’ha detto che l’arte, per essere detta arte, debba ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi l’ha detto che l’arte, per essere detta arte, debba sopravvivere alla sua creazione ed al suo creatore, essere esposta in un museo ed ammirata statica, da tanti, da troppi?</p>
<p>Chiunque lo pensi è probabile sbagli, almeno nel caso dell’arte prodotta da Kseniya Simonova giovane ucraina che ad una tecnica sopraffina ha unito un pizzico di genialità e quanto basta di originalità.</p>
<p>Una ricetta fatta di sabbia per cominciare, di luce, di mani e di manualità che sorprende, di musica e fantasia.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-612" title="1Kseniya Simonova" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/1Kseniya-Simonova-.jpg" alt="1Kseniya Simonova" width="420" height="327" /></p>
<p>Kseniya accarezza il piano illuminato a neon come se accarezzasse una tela, ma non usa pennello e non conosce i <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">colori</a>, solo carezza la sua sabbia fina che quasi per sbaglio si condensa in linee, ombre e luci che creano senza dubbio arte. Di quella che non ha necessità di alcuna interpretazione, di quella immediata, che piace e poi scompare, per lasciare il posto ad altro. Quando si dice la perfezione dell’attimo.</p>
<p>Proprio così, le opere di questa sorprendente artista hanno una vita lunga un soffio o un battito di ciglia, fate voi, ma restano impresse come stampo, nella nostra mente.</p>
<p>Si tratta di un’arte pura, fatta esclusivamente per la gioia degli occhi, per lo spirito, immediata, che non si piega alla critica meditata, o alle cogitazioni a freddo.</p>
<p align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-613" title="2Kseniya Simonova" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/2Kseniya-Simonova-.jpg" alt="2Kseniya Simonova" width="400" height="280" /></p>
<p>Poi c’è il sogno, quello è reso dall’immagine che si crea al ritmo indolente di una musica che scivola all’interno della sala come acqua su un letto di fiume. E li carezza per davvero gli animi degli spettatori che attoniti e sbalorditi, commossi in alcuni casi e sorpresi in altri, assorbono e lo fanno rapidamente, perché i quadri di sabbia di Kseniya Simonova muoiono presto, come le più belle cose.</p>
<p>Quasi a dire che l’arte, quella semplice e priva di fronzoli, è cosa fragile, che muore presto, ma non per questo non è arte. Come definireste voi un tramonto? Indescrivibile nella sua bellezza, eppure basta un soffio e ha lasciato piede al crepuscolo.</p>
<p>E allora vien da pensare, come è possibile conoscere le creazioni di questa insolita protagonista del mondo creativo? Quel tavolo luminoso sul quale lavora, sua fucina, lascia che venga ripreso da telecamera, immortalato in un certo senso. E in quel gioco di sabbia mossa da palmi, dorsi e dita, le sequenze tracciate diventano narrazione, enfatizzata dalla penombra e dalla suono che accompagna.</p>
<p>Si rimane davvero stupiti ad osservare l’occhio triste di un bambino che sorride infine alla vista del padre, o di un paesaggio che presto viene incorniciato dal vetro di una finestra dietro la quale sosta una donna, in attesa, che spia la realtà, che presto diventerà altra.</p>
<p style="text-align: left;">Fortunati tutti quelli che hanno avuto la possibilità di assistere ad una performance di Kseniya Simonova, perché pur non sapendolo hanno avuto modo di concretizzare in un attimo le tre fasi  che imprimono carattere alla sua opera: intenzione, creazione e trasformazione.</p>
<p style="text-align: center;">
<a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/3Kseniya-Simonova-.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-614" title="3Kseniya Simonova" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/3Kseniya-Simonova--150x150.jpg" alt="3Kseniya Simonova" width="150" height="150" /></a><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/4Kseniya-Simonova-.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-615" title="4Kseniya Simonova" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/4Kseniya-Simonova--150x150.jpg" alt="4Kseniya Simonova" width="150" height="150" /></a><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/5Kseniya-Simonova-.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-616" title="5Kseniya Simonova" src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/10/5Kseniya-Simonova--150x150.jpg" alt="5Kseniya Simonova" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Un arte in perenne evoluzione, mai stanca di mutare, che in molti vorrebbero fermare per attimi più lunghi. Ma non perderebbe forse il suo incanto?</p>
<p>Filmato:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/518XP8prwZo&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/518XP8prwZo&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>La storia dell&#8217;arte secondo Glenn Brown</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 06:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Congedi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mostre/Performance]]></category>
		<category><![CDATA[Basilitz]]></category>
		<category><![CDATA[Dalì]]></category>
		<category><![CDATA[Fragonard]]></category>
		<category><![CDATA[Glenn Brown]]></category>
		<category><![CDATA[Rembrant]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è appena conclusa (il 4 ottobre) alla Fondazione Sandretto ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è appena conclusa (il 4 ottobre) alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino il viaggio nel mondo di Glenn Brown. L’artista inglese, figura rilevante nel panorama dell’arte contemporanea inglese e finalista del Turner Prize nel 2000, ripercorre, come guidato dallo sguardo mutevole di un occhio caleidoscopico, la storia della pittura in modo del tutto personale, fino a reinterpretarne forme e <a href="http://heurema.altervista.org/site/tag/colori/" class="st_tag internal_tag" rel="tag nofollow" title="Post marcati con colori">colori</a>.</p>
<p>Si rivivono così, tra le sale della mostra, realizzata in collaborazione con la Tate Gallery di Liverpool, secoli di capolavori totalmente stravolti nel loro senso. Dall’espressionismo al surrealismo, dal ritratto classico alla pittura religiosa, nuove forme vengono a ricomporsi come sorprese nell’incantesimo di una decomposizione metamorfica.</p>
<p>Il lavoro di Glenn Brown non vuole essere riappropriazione spudorata delle maggiori opere di Fragonard, Dalì, Basilitz o Rembrant, bensì la mera copiatura delle riproduzioni in immagini di bassa qualità delle stesse.</p>
<p>Nelle rosee carni della <em>Venere</em> di Honorè Fragonard trasmutate in una massa in putrefazione esiste quindi di base un senso di de-sacralizzazione dell’arte con la <em>A</em> maiuscola non diretto però della volontà dell’artista quanto piuttosto di quest’epoca dominata dall’ossessione per la riproducibilità tecnica.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/09/brown-1.jpg"><img src="http://heurema.altervista.org/site/wp-content/uploads/2009/09/brown-1.jpg" alt="brown 1" /></a></p>
<p>Glenn Brown non copia dunque, ma reinventa. Reinventa immagini e mondi e particolarmente significativa in questo senso è la sezione dedicata a quella che è stata definita l’idea classica del sublime, dove alcune tele di imponenti dimensioni coinvolgono lo spettatore in una dimensione fantascientifica. E’ questa la conseguenza dell’intervento di Brown su quelle che erano in origine illustrazioni tratte da libri tascabili e nate dunque per essere fruite in dimensioni ridotte. Il significato dell’immagine pur mantenendo il soggetto originario, qui cambia fortemente il suo impatto sull’osservatore opprimendolo quasi con la sua imponenza fino a provocarne un senso d decadenza e sconfitta.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="/site/wp-content/uploads/2009/09/brown-2.jpg"><img src="/site/wp-content/uploads/2009/09/brown-2.jpg" alt="brown 2" /></a></p>
<p>A conclusione di tutto ciò non si può tralasciare di considerare la particolarità della tecnica, elemento distintivo dell’opera di Glenn Brown e senza la quale l’impatto delle sue composizioni non sarebbe lo stesso. La sua pennellata è il frutto di una ricerca paziente e meticolosa, di una capacità tecnica maestrale che permette di rendere le opere dell’artista uniche e riconoscibili, specialmente la ritrattistica dove una moltitudine di piccole pennellate variopinte si rincorrono ricreando e deformando i tratti originali di questi volti resi celebri dai più grandi artisti. Tuttavia il tratto di Brown non è da considerarsi solamente pura abilità tecnica quanto eccezionale capacità espressiva di infondere in colui che guarda l’entità introspettiva del soggetto.</p>
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